“Benvenuta in Brasile Paulina”: volevo solo ritornare in Italia.

Nei mesi  prima della partenza, l’emozione dell’ignoto, la paura del mio primo viaggio intercontinentale, l’esser donna in un continente sconosciuto e tanto raccontato per la sua violenza, alimentavano i pensieri prima di andare a dormire. La spensieratezza di compiere un viaggio che non riuscivo a immaginare cresceva insieme alle ansie. “Il Nuovo Mondo ti aspetta” mi dicevano gli amici viaggiatori che avevano già navigato quelle terre. “Ti incanterà, vedrai. Già è nei tuoi occhi”. La paura di mia madre, la rabbia dei miei nonni, e le cene di arrivederci con gli amici cari mi accompagnarono nei giorni prima della partenza.

Presi lo zaino, mi chiesi cosa portare per un viaggio senza biglietto di ritorno. Di cosa avrei avuto bisogno? Mi resi conti che avrei vissuto con 17 Kg per un tempo indefinito. Mi alleggeriva l’idea. Misi in valigia tutto quello che avrei potuto lasciare o che pensavo mi avrebbero rubato, ma non per questo rinunciai a qualche oggetto carico di simbologia emotiva. Valigia per l’estate e per l’inverno, sacco a pelo, kway per la stagione delle piogge, telo, un diario dalle pagine bianche, una torcia. Due paia di scarpe, uno ai piedi e uno da trekking. Poche magliette, qualche vestitino, un paio di pantaloni, un telo da bagno, la campana tibetana.

Milano – Fortaleza, Cearà (BR). Nove ore. Ero spaventata. Cosa avrei fatto? Dove sarei andata? Sarei ritornata? Sorvolai il Nord Africa, vidi il deserto, poi oceano, acqua, blu. Improvvisamente una macchia enorme e verde, intervallata da fiumi, si aprì sotto l’ala dell’aereo. Vidi una città enorme, mai vista una città così grande, le minuscole luci gialle si perdevano senza confine. Piansi. L’esatto ricordo della stima della percentuale di donne vittime di violenze sessuali non aiutava, quello degli assalti  che si verificano quotidianamente a Fortaleza ancor meno. “Ecco perché ho pagato solo 330 Euro per il biglietto!” – ripetevo in mente come un mantra. L’altoparlante annunciava il rientro dello stesso volo per l’Italia, sarei voluta ripartire, ma avevo atteso troppo e l’istinto mi diceva di andare. Stavo viaggiando con tantissimi windsurfer, tutti sapevano cosa fare, dove andare. Verso Nord, Jericoacoara. Verso Sud, Canoa Quebrada. Destinazioni sconosciute che sembravano tanto famose tra le chiacchierate dei passeggeri che si raccontavano la meraviglia delle coste dorate, le dune rosse, e l’ebrezza di camminare sulle onde.

Ero arrivata. Ero in Brasile. “Salve meu Brasil”, gridai all’uscita dell’aereo. Ridevo, non ci credevo. Il Brasile, i miei piedi erano su terra brasiliana. Una cara amica cilena aveva comunicato il mio arrivo a una sua amica del posto che aveva studiato in Portogallo, Raquel. L’avevo contattata qualche giorno prima e mi confermò che mi avrebbe accolto e prelevata dall’aeroporto. Non la conoscevo, sarebbe arrivata? Mandai una foto per riconoscermi. Vidi la sua foto.

L’aeroporto di Fortaleza era confuso, colorato, l’aria era pesante, appiccicosa. Il cielo era rosso. Si apriva un sorriso bianco su ogni volto che incrociavo. Ero arrivata in abiti invernali, dovevo liberarmene. Andai in bagno, prelevai un vestito fresco e colorato dalla valigia. Il vestito con cui avevo scelto di salutare quella terra. Sorrisi, era un sogno indossare quegli abiti in Novembre. Notai la fila di brasiliani che con pazienza attendevano il turno non per andare in bagno, ma per lavare i denti, tutti muniti di spazzolino e dentifricio. L’avevo visto fare all’università, ma non avevo mai riflettuto sul quel gesto. I brasiliani si prendono molto cura  dell’igiene del corpo e della casa. Attesi qualche ora e improvvisamente una donna dai capelli neri si avvicinò, mi sorrise: “Benvenuta in Brasile Paulina”. Raquel mi raccontò della sua vita, era una psicologa e conosceva bene i baby criminali. Nel tono della sua voce percepivo tanta paura, era stata da poco assaltata per la terza volta. Arrivammo in un quartiere residenziale silenzioso e deserto, non una persona per strada. Le case e le finestre erano protette da grandi cancelli in ferro, tutto era chiuso. Negli occhi delle persone vedevo tanto spavento, ero arrivata in una delle città più pericolose del Brasile. Il brasiliano del cearense (abitanti del Ceará) è vivace, intervallato da poche pause. Arrivai in una casa accogliente, dai colori arancioni, il pavimento di ceramica colorato e il giradischi nella sala d’ingresso,  mi ricordavano le case ben curate di un’Italia degli anni ’50. La madre di Raquel mi accolse, una donna minuta, dalla bocca grande, il naso largo, gli occhi neri e saggi, incorniciati da capelli scuri. La fronte era umida per il caldo e larga. La camera era confortevole, iniziai a pensare dove andare e quanto tempo fermarmi. Ero stanca, confusa. Comunicai del mio arrivo alla mia famiglia.

Mi svegliai con un sole alto in cielo, caldo. Pensavo fosse l’ora del pranzo, erano appena le 05.00 del mattino. Potevo immaginarlo, ero molto vicina all’equatore. Non riuscivo a tenere gli occhi aperti, la luce era bianca e intensa. Il padre di Raquel aveva comprato biscotti e dolcetti artigianali tipici al cocco, la cocada. Al mattino la tavola era già pronta: caffè, panini caldi, formaggio, succo di frutta, frutta tropicale.  Ricordo la loro curiosità. Rimasi con loro una settimana, ero ansiosa, non sapevo cosa fare, ma ero immensamente grata per quell’accoglienza. Avevo con cura cercato ogni progetto che potesse interessarmi e inviato una lettera di presentazione, ma nessuno mi aveva ancora contattato per il volontariato. I risparmi che avevo sarebbero bastati per quei primi mesi. Non sapevo se salire per la costa del Nord – Est o se andare all’interno e attraversare l’Amazzonia. L’unica vaccinazione, per la febbre gialla, non l’avevo ancora fatta. Mi avevano consigliato di andare a Jericoacoara, Ceará, il paradiso del Nord – Est.

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Un pensiero riguardo ““Benvenuta in Brasile Paulina”: volevo solo ritornare in Italia.

  1. è un’ emozione perdersi tra le righe del tuo diario colmo di particolari e vive sensazioni, non avevo dubbi sulla tua abilità di arrivare al cuore dei lettori..

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