Jericoacoara: la prima tappa!

Jericoacoara: le dune. 

Jericoacoara – Cearà (BR) fu la vera prima tappa del mio viaggio. Nella prima settimana a casa di Raquel mi avevano insegnato a cucinare il riso senza farlo diventare un risotto all’italiana, una “pappa”, come direbbero i brasiliani. Dopo aver scoperto la mia passione per il mango suo padre si era preoccupato di comprarne alcuni per il viaggio, un dono commovente. Era titubante suo padre quando cucinai il classico ragù napoletano della domenica. L’assaggiò con diffidenza, mi guardò con una smorfia, guardò la moglie: “prendi questa ricetta”, le disse. Fu la madre di Raquel che mi insegnò come mangiare il mango. Devi scegliere quelli più maturi, mollicci, metterlo tra le mani, schiacciarlo con decisione senza romperlo così da renderlo succoso, morderlo in cima con i denti, succhiare il nettare arancione. Così lo mangiava lei da bambina, nella foresta dove era nata. A Jericoacoara, per molti Jeri, pensavo di sostare in un campeggio, avevo comprato una tenda scoprendo che in Brasile non ci fosse una grande scelta, era semplice, molto economica. Da Fortaleza raggiunsi Jijoca in pullman, 8 ore, la strada che percorrevo era rossa, polverosa, con file allineate di palme giganti. Di rado spruzzavano delle case isolate di mattoni rossi, qualcuna aveva l’intonaco, rosa o azzurro intenso, un ampio cortile all’ingresso e un portico che sosteneva almeno un’amaca. L’amaca, l’amaca che avrebbe presto avuto una simbologia affettiva. Il bus fermò in una pousada, un ristorante dove avremmo pranzato a nostre spese. Una tavola calda, molto tipica in Brasile, dove puoi comporre il piatto e poi pesarlo. A Jijoca feci scalo e presi una camioneta, una di quelle che si vedono nei film, con le valigie lanciate e legate con arte in cima, che poi non riesci a capire come fanno a starci senza cadere.  L’autista mi disse che lo zaino fosse troppo pesante e che presto non avrei avuto bisogno di tutte“quelle cose”. Sorrisi, il suo invito ad alleggerire rimbalzò nel mio universo emotivo come una metafora.  Percoremmo una strada per 5 ore, strada di sabbia, l’oceano sulla mia destra, un ragazzo del posto spiegava gli itinerari che avremmo potuto percorrere, il Parco, la Laguna, Pedra Furada,Tatajuba e Laguna Paradiso. C’era tanto vento, gli alberi crescevano in orizzontale, il tronco e i rami  strisciavano sulla sabbia. Vidi il famoso Albero della Preguiça, l’Albero della Pigrizia, chiamato così per non essersi mai alzato.  Ero molto felice, mai scenari tanto singolari si erano aperti davanti ai miei occhi. Dune, dune di deserto dorate che incontravano l’Oceano Atlantico. Collegavo nella mia testa i discorsi dei passeggeri sull’aereo (vedi primo racconto). Era il paradiso in terra. Arrivammo, cercai un campeggio. Jericoaocara non ha strade asfaltate, non ha illuminazione. Si illumina delle luci delle decine di ristoranti. Un villaggio molto singolare. Molti sono i viaggiatori, i turisti, i brasiliani che vivono in questo posto. Pochi i nativi. In quell’anno la costruzione del vicino aeroporto destava molta preoccupazione, avrebbe portato più turisti certo, ma gli autisti avrebbero avuto meno lavoro e il posto sarebbe  diventato una meta ancor più commerciale. Trovai il campeggio, era il giardino di un uomo semplice, minuto, un insegnante di windsurf, era il lavoro principale degli uomini del posto insieme alla pesca. Aveva delle docce ben curate, una cucina all’aperto fornita degli utensili necessari, tanti alberi di caju, il frutto delizioso da cui provengono gli anacardi. Una stanza della sua casa era noleggiata da una donna thailandese insieme al suo bambino: Ataia si chiamava quella donna tanto serena. Ataia si raccontava nei pomeriggi infuocati sotto il portico della casa, dondolandosi sull’amaca. L’amaca. Mi consegnava i suoi racconti di vita e lo faceva nelle pause dopo il pranzo, quando tutto era in silenzio, con la voce bassa, come se fossero segreti che avrei dovuto maneggiare con cura.  Il padre del bambino era un europeo, uno spagnolo. Una storia di amore che le aveva cambiato la vita. Avevano viaggiato tanto insieme, attraversato l’Amazzonia in nave, il deserto del Cile, il Peru,  conosceva ogni Stato di quel Brasile. Mi raccontava tutti gli aneddoti per viaggiare senza soldi, i lavori che aveva inventato, come la vita fosse stata generosa. Sorrideva, mi consegnava quei racconti di vita come un regalo. Mi ispirava quella donna minuta dai lunghi capelli neri, lisci, gli occhi a mandorla. Passavo i pomeriggi a giocare con quel bambino vispo che portava negli occhi terre lontane. Ataia mi ringraziava senza parole con le sue deliziose marmellate di caju. Nelle ore in cui lavorava nel ristorante thailandese arrivava una donna costaricana a prendersi cura del bambino. Ancora una donna, ancora una storia. La figlia con la sua famiglia vivevano in quel posto. Lei aveva lasciato la Costa Rica “per veder crescere il nipote”, disse. Si raccontava, mi abbracciava e mi diceva: “Non andare Paulina”, “Vedrai come sarà bella la stagione della  pioggia qui”, “Sei arrivata nel momento migliore dell’anno per fare qualche soldo”, “Vendi qualcosa, Paulina”, “Trova lavoro nel resort con la tua laurea”, “Sta qui, resta con noi Paulina”.  Il campeggio era vuoto, c’era solo un ragazzo che arrivò con me, un italiano, un viaggiatore, Davide. Mi rallegrò incontrarlo, aveva cominciato il suo viaggio in Messico, viaggiava in moto. Guardava i miei vestiti ancor tanto puliti, “Sei appena arrivata”, mi disse sorridendo. Mi fece i complimenti per aver spuntato un prezzo tanto economico, 4 Euro a notte. I brasiliani amano negoziare e io anche, mi diverte. Percorsi la strada principale rigorosamente senza scarpe. Non smettevo di sorridere, non smettevo di incontrare persone, di chiacchierare. Da una parte le dune, e dall’altra una scogliera con terra rocciosa e rossa macchiata da cactus. Ero a Est e potevo ammirare il sole morire nel mare. Nell’altro emisfero il sole sorge a Ovest e tramonta a Est. La luna cresce e cala al contrario. Il cielo  di notte mi impressionava, distesa sconfinata di stelle, costellazioni che non conoscevo. Individuai una croce immediatamente, era la celebre costellazione della Croce del Sud. La notte intrappolava il rombo delle onde atlantiche. Nei primi giorni mi svegliò una forte sensazione di nausea, come se fossi affetta da mal di mare. Presto non ci feci più caso e mi lasciai cullare. Ero entusiasta. Non ero cosciente di quanta meraviglia stessi vivendo. L’energia dei brasiliani è intensa, è un flusso, un vortice colorato, ritmico, antico. Abbracciavano, toccavano, sentivano, guardavano intensamente. Erano proprio come me quei brasiliani e io mi sentivo accolta. Abbracciavo, sentivo allo stesso modo. Scoprii che la papaya in realtà è enorme. Per strada le donne del posto vendevano artigianato fatto di uncinetto, fili bianchi intrecciati con maestria. I portatovaglioli erano la creazione principale. Ne comprai uno che non avrei mai usato per tutto il viaggio.  Molte donne all’ora del pranzo arrivavano con una tavola di plastica, un enorme pentolone che tenevano al caldo con un fuoco leggero, vendevano la pietanza del giorno. Ricordavo la brochure del medico con le misure preventive: non mangiare cibi in strada, no cibi crudi, non mangiare il pesce che contiene mercurio, no verdura cruda, no ghiaccio, solo acqua in bottiglia, scarpe chiuse, pantaloni lunghi, maglia a maniche lunghe, cappello, protezione per i raggi UV. L’attenzione fu alta solo per le prime settimane. Ero troppo curiosa di assaggiare le pietanze che quelle donne preparavano con gesti sapienti che custodivano  le abitudini di intere generazioni. Mani maestre, piccole, dalla presa decisa. Le donne, le donne, le donne del Cearà. Ampie gonne lunghe e colorate che si poggiavano su natiche grosse e possenti, bacino largo, pelle bruciata dal sole, occhi neri, labbra carnose, denti bianchissimi, piedi dalla pelle secca, rigorosamente in infradito. Mi lasciavo travolgere da quell’energia a tratti invadente. Si creavano diversi episodi nell’arco di poco tempo e dovevo decidere in fretta se accettare, se declinare, se andare, se dormire. Insomma il mio intuito e le mie percezioni non avevano tempo di pensare, dovevo fidarmi dell’istinto.  L’istinto e l’intuito si affinano molto in viaggio. E non sbagliano mai. Mi fermai quasi tre settimane in quel posto incantato. Lo percorrevo rigorosamente senza scarpe, a piedi nudi. Dopo poche ore dall’arrivo raggiunsi la piccola piazza principale. Un enorme cartellone annunciava un concerto,  non era un concerto, era il Festival Internazionale di Choro Jazz, con camp e musica 24 ore al giorno. Con la benedizione dell’Hermeto Pascoal, QuintetoSpok, Déo Rian, Nonato Lima, persino la clarinettista israeliana Anat Cohen. Mi emozionai, piansi. Amo Pascoal, Déo Rian, amo profondamente lo Choro, stile musicale precursore della samba e della bossa nova di notevole difficoltà tecnica. Che benvenuto caloroso. Tantissimi gli artisti brasiliani che sarebbero arrivati, melodie, melodie. Il Brasile si raccontava con il suo repertorio. Hermeto mi accompagnò nelle sua sensibilità ingegnosa. Ogni nota di quel concerto  bagnava i miei occhi, miele per le mie orecchie. La sabbia riscaldava i miei piedi che non smettevano di danzare.  La vita si regala se ti fidi, ognuno avrà il dono più prezioso e il più singolare. Quei numerosi artisti alla fine del concerto ci invitarono a continuare la serata insieme in un bar. Erano famosi loro, ma semplici e non smisero di suonare fino all’alba. Non smettevo di sorridere, non smettevo di incontrare persone, di perdermi nell’infinito istante di uno sguardo, di farmi raccontare quel posto. Quella sarebbe stata la mia ultima notte a Jericoacoara, avevo ricevuto la risposta positiva di un progetto nella Bahia che aveva accettato la mia proposta di volontariato. Sarei andata per la costa verso il Sud. Avevo un progetto. Ma prima sarebbe arrivato il villaggio di pescatori a Pernambuco.

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