Per caso l’oceano in casa: Canoa Quebrada

I canyon di sabbia rossa: Canoa Quebrada (BR)

Quando lasciai il campeggio di Jeri era arrivata da una settimana una coppia di argentini che viaggiava in van, mi aveva tenuto compagnia e insegnato a usare la pentola a pressione per cucinare i fagioli senza farla scoppiare. Giunsi nelle spiagge rosse di Canoa Quebrada, nel Ceará, un altro ombelico del surf. Il vento sagomava le dune, grosse, sembrano dei canyon, di pietra, cambiavano forma a ogni istante. Quei rapidi cambiamenti mi incantavano. I colori rossi del tramonto si confondevano con il colore della superficie polverosa. Canoa Quebrada l’avevo ascoltata nei racconti sull’areo. L’atmosfera non sembrava proprio rilassata. Subito capii che il villaggio fosse nettamente diviso tra la parte povera e i grossi resort di lusso dove molti nativi prestavano servizio. Avevano comprato le terre barattando con dei televisori, “quei gringos europei”, mi raccontavano le persone del posto. Le pale eoliche costeggiavano la riva e si perdevano in una curva senza orizzonte.

Iniziai a cercare un alloggio, ne trovai uno, di un artigiano. Nel cammino incrociammo una bambina di 10 anni, era sua nipote. Stava vendendo droga. Mi portò con lui nella casa, era sporca, spartana. Dalla struttura del letto in legno vidi un ragno, sul tavolo da bar un piccolo fuoco elettrico da campeggio con stoviglie sporche. Avevo paura di rifiutare quella sistemazione mentre fossi con lui in casa, quella persona non mi piaceva. Aspettai che andasse via, chiusi la porta, presi lo zaino, lo raggiunsi alla bancarella nella strada principale. Gli consegnai le chiavi e un pò di denaro pensando che in quel modo non avrei scatenato nessuna reazione per il rifiuto dell’alloggio. Lasciai quasi lo stesso denaro  pattuito per passare la notte, mi invitò a scegliere un paio di orecchini dicendomi che non avrebbe accettato altrimenti il mio denaro.  L’intuito mi diceva che avessi fatto la scelta giusta. La sera stava arrivando, gli alloggi erano pieni e io non sapevo dove andare. Non avrei voluto passare la notte in un resort a 5 stelle e sulla spiaggia non c’erano altre tende cui poter aggiungere la mia. Mi fermai in un albergo carino, c’erano due uomini bevendo una birra gelata. Informai che stessi cercando un letto per dormire, mi presentai con la mia storia,  raccontai l’inizio del viaggio, il modo in cui pensavo di percorrere quella Terra. Sarebbe arrivato un  pullman di ospiti e non avrebbero avuto una camera libera, non avrei potuto dormire nemmeno nella reception. Uno dei due uomini, il brasiliano, disse all’altro di origine tedesca, che avrebbe potuto ospitarmi da lui. L’uomo lo guardò, e pensando che non capissi bene il portoghese, disapprovò l’idea pensando che fosse uno squilibrato a fidarsi di una sconosciuta con lo zaino in spalla. Quelle parole furono di sollievo. Pensai che solo delle brave persone potessero esser caute nell’ospitare una viaggiatrice cercando di dimenticare in fretta  l’episodio di pochi istanti prima senza farlo interferire in questa nuova circostanza. Marcos, si chiamava l’uomo generoso, mi consigliò di fare un altro giro e mi disse che mi avrebbe aiutato solo se realmente non avessi trovato una soluzione. Tutto pieno, non trovai nulla, mi faceva male la spalla per il peso dello zaino. Ritornai. Marcos mi chiese se avessi il sacco a pelo perché mi avrebbe ospitato sul pavimento della casa di cui era guardiano. Era normale ospitare in questo modo, tutti sanno che i viaggiatori si adattano ed era una situazione di emergenza. Ci guardammo negli occhi con diffidenza, ma allo stesso tempo con un sorriso di chi credeva ancora nella gentilezza e negli incontri. Mi disse di stare tranquilla, che fosse una buona persona. Risposi che lo fossi anch’io.

Percorremmo una strada di sabbia. Arrivammo nell’unica casa in legno sulla spiaggia, l’oceano a pochi metri sembrava viverci dentro. Era molto accogliente, con mobili di legno scuro e un’amaca al centro. Chiesi a Marcos di uscire fuori, tolsi le infradito, volevo respirare quella notte e celebrare l’accoglienza appena incontrata. “Non è fantastico poter uscire e  sprofondare i piedi nella spiaggia, Marcos? Senti anche tu, è ancora cocente. E il rimbombo dell’oceano, non è forse aspro eppur dolce in questa notte?”. Marcos lanciò con i piedi scattanti e veloci le infradito che si persero tra la sabbia: “Ecco perché amo le persone che non conosco. Hanno sempre un punto di vista diverso. Io non ci avevo mai fatto caso, Paulina. Per me è così scontato vivere in riva all’oceano. Tu ami la natura”. Chiacchierammo al chiaro delle stelle, Marcos viveva da molti anni a Canoa Quebrada, era di San Paolo. Rientrammo in casa. Si mise a dondolare sull’amaca con una birra tra le mani. L’amaca cullava quei ricordi che Marcos faceva fatica a condividere. L’amaca e i suoi racconti. Aveva gli occhi  lucidi, quando prese  una pausa solenne per dare la giusta importanza a quel momento, mi guardò intensamente: “Ho viaggiato per anni l’Europa intera con lo zaino in spalla, sono stato molto accolto. Oh! – è stato fantastico.  Tu mi ricordi quel viaggio, ecco perché ti ho ospitato, Paulina!”. Mi raccontava delle raccolta di uva in Francia, dei poliziotti comprensivi con il suo visto scaduto alla dogana con la Spagna, del cibo italiano, dell’eleganza della Norvegia, dei villaggi bucolici tedeschi, e della sua amata dagli occhi azzurri, Teresa, che non aveva mai dimenticato. Si commuoveva e cambiava sguardo quando ricordava di Teresa. Ero seduta sul pavimento, ascoltavo in silenzio strizzando gli occhi di tanto in tanto dallo stupore. Marcos ripercorreva le emozioni belle di una vita intera e quasi faticava a credere di averle vissute realmente. L’amaca dondolava con l’andare e venire delle onde, la casa odorava di brezza. Il frastuono era forte e a volte dovevo guardare le labbra per poter raccogliere quei ricordi sussurrati, sembrava quasi che Marcos volesse farli perdere tra le fessure delle pareti dove danzava il vento. Mi addormentai raggomitolata nel sacco a pelo sul pavimento mentre l’amaca, come ogni notte,  teneva stretta l’uomo guardiano.

Al risveglio l’impronta dell’alba paradisiaca sul bagnasciuga aveva il prezzo del mio collo bloccato. Marcos mi accompagnò nel campeggio di un suo amico francese. Quella notte avevo ufficialmente vissuto la prima vera avventura brasiliana. Sarebbe potuto succedermi “qualcosa”? Certo, ma anche io avrei potuto fare “qualcosa”. Passai qualche giorno tra le piscine naturali che l’oceano creava nelle insenature di pietre,  la sabbia che cambiava colore, l’ombra delle dune nelle ore più calde, perdendomi negli orizzonti che mi ricordavano di essere più vicina a casa, era solo dall’altro lato. La sera guardavo l’uomo elegante, il francese proprietario della casa campeggio, passava le giornate osservando l’albero di mango al centro della casa in un religioso silenzio intervallato dallo stridio del nodo della sua amaca rosa, legata alla struttura in legno del portico.  Faceva molto caldo, e i negozi di verdura erano pieni di moscerini. Le famiglie si ammassavano numerose nei monolocali dalle porte spalancate a piano terra, creavano semicerchi davanti al ventilatore, e guardavano televisori a tutto volume sintonizzati sullo stesso canale dei vicini di casa. Le donne contenevano il sudore della fronte con un fazzoletto di cotone bianco, poggiavano il peso abbondante del corpo su cosce color cioccolato che stentavano a tenersi chiuse sulle appiccicose sedie di plastica bianca. Vendevano fette di dolci fatti in casa, alla frutta o cioccolato, con glasse di latte condensato. I bambini erano quasi nudi e giocavano in strada senza scarpe, lasciavano penzolare dalle minute braccia secchielli pieni di sabbia, acqua, e chissà quante invisibili meraviglie. All’angolo con la frutteria vendevano i Pastel (pastella) di formaggio fritti al momento e succo fresco di guava. Dopo quei giorni partii per Pernambuco iniziando a percorrere l’arteria del Brasile: l’interminabile transbrasiliana BR-101.

Canoa Quebrada (BR): la chiesa cattolica
Le barche che aspettano l’oceano a Canoa Quebrada (BR)

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