Pernambuco in apnea: pregando alla “regina del mare”

P-e-r-n-a-m-b-u-c-o, lo Stato del Nord-Est di dieci lettere uniche che mai si ripetono. L’orgogliosa popolazione non si definisce brasiliana in questo posto, appena pernambucana. Un Nord-Est inzuppato di ritmi africani che si mischiano al famoso Carnevale di Recife. Da Canoa Quebrada un piccolo veicolo di una quindicina di posti mi portò ad Aracati. Aracati era deserta e  il bus sarebbe partito dopo le ore 23.00, ero agitata nell’attesa notturna di quella stazione desolata. Il vigilante era un uomo simpatico, iniziai a parlargli, speravo che non mi lasciasse da sola, e chiacchiera dopo chiacchiera si appassiona al mio viaggio aspettando l’arrivo del bus sulla rinfrescante panchina di pietra. Aracati di notte non era certo un posto sicuro. Il bus squarciava come una freccia  il cuore buio di un Nord Est desolato e appena asfaltato. In mattinata arrivai a Recife e dalla stazione raggiunsi il centro percorrendo un zona molto colorata, chiassosa, caotica, dove grandi occhi neri mi scrutavano come per indicare che fossi visibilmente una gringa. Raggiunsi Gaibu, la località che mi avevano consigliato per soggiornare e godere dell’oceano in tranquillità. Una località turistica che seppe rivelarsi con la semplicità e l’accoglienza del suo popolo di spiaggia. Avevo fame e trovai una casa privata, una luce fiacca e un cartello sul cancello indicava che servisse del cibo. Mi accolse una giovane  e felice donna nella sua cucina, mi fece accomodare al tavolo, e cominciò la preparazione di un panino con gli avanzi del fine settimana. Aveva dei pantaloncini corti, infradito colorati, canottiera bianca sudata, capelli neri raccolti, occhi grandi, pelle bianca. Amava quel posto e aveva deciso di viverci con la sua compagna, mi sorprese la maniera in cui mi parlava della sua omosessualità, era la prima donna omosessuale che incontravo in quei mesi. Parlammo di poli amore, mi confessò l’indecisione per la richiesta della sua amata di aprire la relazione ad altri incontri. “Cosa ne pensi?”, “Ah, e come ti chiami?”. Sorrisi, amo profondamente i brasiliani per il loro singolare e allegro modo di spalancare il mondo interiore in pochi istanti, di parlare di ciò che realmente conta, di non conoscere codici formali. Poco importa come ti chiami, che lavoro fai, perché viaggi. Mangiammo insieme. Ero arrivata a Gaibu.

 Ritmi africani e voci nere profonde: il coco diPernambuco

 Passai la notte in un campeggio vicino, una notte inquieta per le condizioni poco accoglienti di quello spazio dotato a malapena di una doccia, una cucina coperta da un manto di stoviglie sporche, no acqua corrente. Al mattino mi svegliarono i suoni di due scimmiette tra gli alberi che non riuscii a vedere, crollai emotivamente, mi sentivo sola, avrei voluto specchiarmi in un volto amico. Raggiunsi una casa poco distante per fare colazione, un grande patio con fiori e un profumo inebriante di cibo mi fece sentire in un posto familiare. E’ comune da queste parti adibire la propria casa personale a ristorante. Al tavolo aspettava un uomo con un tamburo, il pandeiro. Cominciò a suonare e spiegare gli infiniti ritmi pernambucani, le batucade. Compositore e musicista. Tante farfalle ci facevano visita, iniziai a cantare, ci divertimmo e arrivò la colazione fumante. Raccontai della mia notte difficile e della decisione di lasciare il campeggio. Un ragazzo che viveva e lavorava in quella casa,  mi indicò un altro posto verso la spiaggia, mi disse di aspettarlo, che mi ci avrebbe portato. Intanto pagai la notte e frettolosamente misi la mia casa in spalla. Nell’attesa visitai una casa molto graziosa adibita ad albergo dove i proprietari  offrivano massaggi con varie erbee officinali, decisamente fuori dal  mio budget. Mi sorpresero i colori e la grande varietà di dischi musicali presenti nella grande sala dal pavimento rosso. Da buona europea e gringa pensavo che il ragazzo arrivasse con un mezzo di trasporto, arrivò con un bastone e mi disse: “mettiamoci in cammino”! Percorremmo una strada interna che improvvisamente si aprì su un paesaggio di rocce rosa che giocavano con le loro forme e si seguivano fino all’oceano. Lo zaino era pesante, scalai le rocce, il sole era cocente e caldo poco più a sud dell’Equatore, dopo quasi 45 minuti arrivammo in uno spazio di terra di sabbia abbracciato da palme e da alberi di banana. Il proprietario, Gil, era un uomo di quasi 60 anni, molto eccentrico, rasta grigi,  di bassa statura, pelle bruciata dal sole, qualche ruga si mischiava alle cicatrici sul viso tradendo uno sguardo adolescenziale e vispo. Gil aveva delle energie forti, una di quelle persone che ami o odi senza mezze misure. Mi accolse, mi fece sedere al tavolo, mi offrì un caffè rigorosamente filtrato con il colino di tessuto. Aveva costruito quel posto di cui era molto orgoglioso, un luogo spartano, ma ben curato.  Mi introdusse a vari ospiti, molti erano vicini di casa, ci invitò a continuare l’allegra mattinata in un posto a pochi metri: la spiaggia.

Gaibu: La Valle della Luna

Vissi per più di due settimane in quel posto incantato, le onde dell’oceano entravano di notte nella tenda e si confondevano con i suoni pochi conosciuti di animaletti notturni che abitavano le palme di dendê. Mi faceva compagnia una dolce cagna, Bea,  che scavava la sua tana vicino alla tenda per lasciarla al mattino e seguirmi per tutto il giorno. Passavamo interi pomeriggi insieme in spiaggia, lei cercava cibo e faceva gli occhi dolci ai turisti. Non riceveva cibo nel campeggio, “ognuno deve cavarsela a suo modo”, diceva Gil. Gil mi portava nelle passeggiate mattutine con il sole alto alla scoperta di quell’abbraccio di costa vivo nelle abitudini dei pescatori, speranzoso nell’attesa delle donne che con maestria e velocità squamavano ogni tipo di pesce, liberando il popolo marino dall’enorme rete verde che con sapienti movimenti veniva tirata verso la costa. Le rocce si adornavano di tappeti scintillanti di squame che in poco tempo venivano risucchiate dall’alta marea. Le barche per la pesca sono zattere che uomini di bassa statura dirigono ogni giorno, rigorosamente all’impiedi con una canna di bambù, verso l’infinito, nell’ora del tramonto.

“Adeus, adeus
Pescador não esqueça de mim
Vou rezar pra ter bom tempo, meu nêgo
Pra não ter tempo ruim
Vou fazer sua caminha macia
Perfumada com alecrim “
D. Caymmi

Aspettai la Luna piena, celebrai la giornata dell’Otto Dicembre, giorno dell’Immacolata Concezione nella religione cattolica, Vergine madre delle acque salate, amica del popolo della spiaggia, la regina delle onde, la madre di tutte le madri, Inaê, Ísis, Oguntê, Marabô, Caiala, Oloxum, Ynaê, Janaína, Mucunã, Principessa di Aiocá: per tutti Iemanjá. Entità spirituale venerata nel culto africano yoruba, e afro-brasiliano Candomblé, Umbanda, Batuque, Pajelanca, Xangó, omaggiata il 2 Febbraio. Una piccola imbarcazione portava al mare la statua della Madre adornata di collane e fiori, e ci andava insieme alle richieste, ai sogni, alle speranze di un popolo che a Lei si mostrava candido, rigorosamente vestito di bianco con lunghe collane dal significato religioso univoco. Quella notte la spiaggia si animò di un canto forte, di tamburi e della mia emozione per quei ritmi africani che rimbalzavano sul fazzoletto di costa che tratteneva la vita semplice e autentica di un popolo di pescatori. Le persone erano in uno stato di trance – contenevano gli antichi insegnamenti delle onde di andare e tornare. Erano figli dell’oceano, veneravano la Vergine come unica madre spirituale, parlavano alla Luna, si bagnavano in lacrime. Avevo provato a partecipare al rituale che si era svolto poco prima in una casa, ma ero stata depistata sull’orario e dai racconti sugli assalti continui che erano arrivati persino in quell’apparente paradiso. L’universo, o il caso se esiste, mi regaló comunque la gioia di esserci e una profonda gratitudine mi pervase per l’opportunità di condividere il loro momento più intimo: la preghiera.

“Minha sereia é rainha do mar
o canto dela faz admirar”
Canto per Iemanyá

Spesso arrivavano viaggiatori nel campeggio, tutti amici di Gil, per molti un padre, un nido, una casa dove passare qualche giorno nel ristoro dei lunghi e stancanti viaggi. Si era incantato per la mia campana tibetana e pensava che dovessi praticare massaggi sonori come lavoro, ci credeva così tanto da presentarmi a tutti i suoi ospiti come “quella che lavora con le campane”. Il cibo era difficile da reperire, spolpavo i piccoli cocchi di dendê, rossi dalla polpa arancione, mangiavo tanta frutta, era il periodo del caju, il frutto dell’anacardo, sempre c’erano riso, banane, fagioli neri. Gil era rigido con le regole della casa, si divertiva, ascoltava reggae dal mattino, cucinava la più buona feijoada che avessi mai mangiato, era affascinato dalla mia curiosità. Ammazzava i serpenti pericolosi che si avvicinavano al campeggio in cerca di acqua, eravamo nella stagione delle piogge, ma non una sola goccia aveva bagnato quella terra secca, arida, bruciata, di polvere infuocata. Ogni tanto incendiava alberi secchi  e faceva dei grossi e quasi pericolosi fuochi. Era come un bambino quando creava il fuoco, cercava di dominarlo, ma in realtà era il contrario. L’osservava in silenzio, appoggiato ad un bastone che usava per camminare, gli parlava quasi, si commuoveva, era l’unico momento in cui appariva visibilmente più rilassato. Ci salutammo con un mezzo sorriso, un abbraccio forte, la promessa di un rincontro. Bea e Rafael, un viaggiatore che diventò amico, mi accompagnarono nel lungo tratto fino al bus. Dal mio zaino pendevano gli slip lavati al mattino, si sarebbero così asciugati in dieci minuti.  
Destinazione Salvador, la Bahia nera chiamava.

Gaibu: la nascita della Luna piena con Bea

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